Sono
passati ben 180 anni da quando il nostro Teatro Sociale aprì
per la prima volta i battenti. L’inaugurazione risale
infatti al 1828, durante la fiera di ottobre: vi fu
rappresentata l’opera Tebaldo e Isolina, del maestro
Francesco Morlacchi. Questo anniversario è tanto più
importante se si pensa che da quasi due secoli il teatro
rappresenta la culla della cultura, nonché il principale
centro di attrazione di Cittadella.
Ma occorre
fare un passo indietro al 1804, quando a Cittadella fu
fondata la Società Filarmonica allo scopo di “aprire uno
studio regolare di musica per questa gioventù e dare un
trattenimento lecito di musica vocale e strumentale ad
alcune associate persone più colte”. La Filarmonica era
espressione di una collettività di basi si tradizionali, ma
che si muoveva. Fu su sua iniziativa che nel 1812 fu
installato in Duomo il nuovo organo opera dei Callido. E
dalle costole della Filarmonica nacque una nuova società che
si proponeva di costruire a Cittadella un teatro, dove poter
allestire lo spettacolo più gradito al pubblico, l’opera
lirica. La società del teatro era del tutto privata,
costituita da 49 famiglie tra le più agiate, per lo più
possidenti, professionisti, setaioli, orefici, farmacisti,
fabbricanti di lana; nel 1817 faceva richiesta al Comune di
destinare al nuovo teatro un’area nella contrada di Borgo
Violenza. I soci, in cambio dell’uso esclusivo di un palco,
dovettero sostenere un forte e continuato impegno economico
non solo per costruire il teatro, ma più tardi anche per
finanziare i costosi spettacoli, dato che di normale
compagnie (che si fermava anche 20-30 giorni) ricevevano in
compenso l’intero incasso dello spettacolo più un “regalo”
in denaro.
Autore del
pregevole progetto architettonico del teatro fu l’ingegnere
Giacomo Bauto di Bassano, che sceglieva la forma
tradizionale, a tre logge sovrapposte divise da tramezzi;
secondo l’uso dell’epoca ogni socio disponeva del palco come
della propria casa, e poteva starci solo o invitare amici a
suo piacimento. La platea era invece aperta al pubblico.
L’atrio aveva due spazi laterali, dove c’erano le “botteghe”
di caffè e frutta; sopra di esso era stato ricavato il
ridotto, dove svolgere le assemblee dei soci e i concerti
della società filarmonica. La facciata fu disegnata, pare,
dallo Capelli, famoso architetto cui si deve il caffè
pedrocchi di Padova. L’esecuzione dei lavori fu affidata
all’ingegnere Francesco Cibale di Vicenza. A decorare la
sala fu chiamato Francesco Bagnara, noto pittore e
scenografo vicentino cui si devono anche gli affreschi della
Fenice di Venezia e di molti altri teatri del nord Italia.
L’illuminazione, prima dell’avvento dell’energia elettrica
nel 900, era fatta a candele e lumini ad olio, sostituiti
dal 1865 da macchine a petrolio.
Per i
primi decenni il teatro veniva aperto due volte l’anno, a
ottobre e a carnevale, con una serie di spettacoli che
vedevano esibirsi cantanti e attori famosi, ma coinvolgeva
spesso anche coro e musicisti locali. L’avvenimento più
atteso era l’opera lirica, specie di compositori quali
Verdi, Rossini e Donizzetti; l’opera portava oltre 400
persone, ma era costosa e richiedeva una complessa
organizzazione per mettere insieme cantanti, orchestra, cori
e scene; per questo a carnevale spesso si riepiegava sulle
recita, drammi tipici del romanticismo o commedie, anche
dialettali. Le compagnie erano per lo più di buon livello,
con un vasto repertorio tra cui i soci facevano le loro
scelte. Sotto la dominazione austriaca l’apertura del teatro
fu limitata a questi avvenimenti, ma dopo l’unità d’Italia
lo si utilizzò molto più spesso, ogni volta che se ne
presentava l’occasione: non solo opere e commedie, ma anche
concerti, serate musicali di beneficenza, operette,
veglioni, persino saggi ginnici e prestigiatori. A fine
secolo vi comparve anche la grande novità: il cinematografo
dei fratelli Lumière.
In questo ampio periodo si
evolveva il gusto dei soci, propenso dapprima a
rappresentare spettacoli più tradizionali (le opere, i
drammi romantici, le commedie comiche), poi a seguire le
mode più innovative, fino a cedere alla molto apprezzata ma
molto più frivola operetta, che riempiva il teatro di fine
secolo. Pur restando privato, il teatro era diventato perciò
il centro di gravità di tutto il paese, comprese le classi
più povere per le quali era stato creato il biglietto
operaio. Ma l'uso eccessivo ed indiscriminato finì per
portare ad un rapido deterioramento della struttura. Dopo
qualche anno di chiusura, negli anni a ridosso della prima
guerra mondiale, si ottenne nel 1922 un indennizzo statale
di ben 21.000 lire, cifra notevole per i tempi; si fecero
perciò i restauri più urgenti, resistendo alle pressioni di
trasfoprmare la terza fila di palchi in uno spazio aoperto
più capiente.Si ripartì per qualche nuova stagione, come
quella del 1928, quando si festeggiò il centenario del
teatro con un grande allestimento del Barbiere di Siviglia
di Rossini, invidiato anche dalle città vicine. Ma ormai i
costi di gestione erano troppi alti per i soci, che man mano
facevano mancare il loro contributo. Così si decise di
chiudere il teatro, pur negando l'uso della struttura al
dopo lavoro fascista, che avrebbe finito per danneggiare la
sua struttura originaria. Nel 1934 fu ceduto dai soci al
Comune, che assumeva l'obbligo di riaprirlo, salvo poi
destinarlo all'uso di magazzino.
Solo nel 1968 - grazie ad
intervento economico della Cassa di Risparmio di Padova e
Rovigo - il teatro fu restaurato nel rispetto dei suoi
valori artistici e storici, e riaperto, dando inizio ad una
nuova era della sua storia, che dura tuttora, e che ha visto
rifiorire in chiave moderna i fasti del passato. Ma nulla
sarebbe stato possibile se dietro non ci fosse stata la
grande passione di alcuni nostri concittadini, che per tanti
anni hanno prestato il loro tempo e le loro energie per
ridare vita al nostro piccolo grande teatro.
Alessandro Bosello
(ringrazio
la scomparsa Gisla Franceschetto, autitrice del testo sulla
storia del Teatro,
e la
Tipografia Romano Bertoncello Brotto che si accollò le spese
per
realizzare e stampare il prezioso libro)