Teatro Sociale di Cittadella - Un po' di storia

 

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180 anni di teatro


 
 
Il Teatro Sociale
compie 180 anni
 
di Alessandro Bosello
 
 

Sono passati ben 180 anni da quando il nostro Teatro Sociale aprì per la prima volta i battenti. L’inaugurazione risale infatti al 1828, durante la fiera di ottobre: vi fu rappresentata l’opera Tebaldo e Isolina, del maestro Francesco Morlacchi. Questo anniversario è tanto più importante se si pensa che da quasi due secoli il teatro rappresenta la culla della cultura, nonché il principale centro di attrazione di Cittadella.

Ma occorre fare un passo indietro al 1804, quando a Cittadella fu fondata la Società Filarmonica allo scopo di “aprire uno studio regolare di musica per questa gioventù e dare un trattenimento lecito di musica vocale e strumentale ad alcune associate persone più colte”. La Filarmonica era espressione di una collettività di basi si tradizionali, ma che si muoveva. Fu su sua iniziativa che nel 1812 fu installato in Duomo il nuovo organo opera dei Callido. E dalle costole della Filarmonica nacque una nuova società che si proponeva di costruire a Cittadella un teatro, dove poter allestire lo spettacolo più gradito al pubblico, l’opera lirica. La società del teatro era del tutto privata, costituita da 49 famiglie tra le più agiate, per lo più possidenti, professionisti, setaioli, orefici, farmacisti, fabbricanti di lana; nel 1817 faceva richiesta al Comune di destinare al nuovo teatro un’area nella contrada di Borgo Violenza. I soci, in cambio dell’uso esclusivo di un palco, dovettero sostenere un forte e continuato impegno economico non solo per costruire il teatro, ma più tardi anche per finanziare i costosi spettacoli, dato che di normale compagnie (che si fermava anche 20-30 giorni) ricevevano in compenso l’intero incasso dello spettacolo più un “regalo” in denaro.

Autore del pregevole progetto architettonico del teatro fu l’ingegnere Giacomo Bauto di Bassano, che sceglieva la forma tradizionale, a tre logge sovrapposte divise da tramezzi; secondo l’uso dell’epoca ogni socio disponeva del palco come della propria casa, e poteva starci solo o invitare amici a suo piacimento. La platea era invece aperta al pubblico. L’atrio aveva due spazi laterali, dove c’erano le “botteghe” di caffè e frutta; sopra di esso era stato ricavato il ridotto, dove svolgere le assemblee dei soci e i concerti della società filarmonica. La facciata fu disegnata, pare, dallo Capelli, famoso architetto cui si deve il caffè pedrocchi di Padova. L’esecuzione dei lavori fu affidata all’ingegnere Francesco Cibale di Vicenza. A decorare la sala fu chiamato Francesco Bagnara, noto pittore e scenografo vicentino cui si devono anche gli affreschi della Fenice di Venezia e di molti altri teatri del nord Italia. L’illuminazione, prima dell’avvento dell’energia elettrica nel 900, era fatta a candele e lumini ad olio, sostituiti dal 1865 da macchine a petrolio.

Per i primi decenni il teatro veniva aperto due volte l’anno, a ottobre e a carnevale, con una serie di spettacoli che vedevano esibirsi cantanti e attori famosi, ma coinvolgeva spesso anche coro e musicisti locali. L’avvenimento più atteso era l’opera lirica, specie di compositori quali Verdi, Rossini e Donizzetti; l’opera portava oltre 400 persone, ma era costosa e richiedeva una complessa organizzazione per mettere insieme cantanti, orchestra, cori e scene; per questo a carnevale spesso si riepiegava sulle recita, drammi tipici del romanticismo o commedie, anche dialettali. Le compagnie erano per lo più di buon livello, con un vasto repertorio tra cui i soci facevano le loro scelte. Sotto la dominazione austriaca l’apertura del teatro fu limitata a questi avvenimenti, ma dopo l’unità d’Italia lo si utilizzò molto più spesso, ogni volta che se ne presentava l’occasione: non solo opere e commedie, ma anche concerti, serate musicali di beneficenza, operette, veglioni, persino saggi ginnici e prestigiatori. A fine secolo vi comparve anche la grande novità: il cinematografo dei fratelli Lumière.

In questo ampio periodo si evolveva il gusto dei soci, propenso dapprima a rappresentare spettacoli più tradizionali (le opere, i drammi romantici, le commedie comiche), poi a seguire le mode più innovative, fino a cedere alla molto apprezzata ma molto più frivola operetta, che riempiva il teatro di fine secolo. Pur restando privato, il teatro era diventato perciò il centro di gravità di tutto il paese, comprese le classi più povere per le quali era stato creato il biglietto operaio. Ma l'uso eccessivo ed indiscriminato finì per portare ad un rapido deterioramento della struttura. Dopo qualche anno di chiusura, negli anni a ridosso della prima guerra mondiale, si ottenne nel 1922 un indennizzo statale di ben 21.000 lire, cifra notevole per i tempi; si fecero perciò i restauri più urgenti, resistendo alle pressioni di trasfoprmare la terza fila di palchi in uno spazio aoperto più capiente.Si ripartì per qualche nuova stagione, come quella del 1928, quando si festeggiò il centenario del teatro con un grande allestimento del Barbiere di Siviglia di Rossini, invidiato anche dalle città vicine. Ma ormai i costi di gestione erano troppi alti per i soci, che man mano facevano mancare il loro contributo. Così si decise di chiudere il teatro, pur negando l'uso della struttura al dopo lavoro fascista, che avrebbe finito per danneggiare la sua struttura originaria. Nel 1934 fu ceduto dai soci al Comune, che assumeva l'obbligo di riaprirlo, salvo poi destinarlo all'uso di magazzino.

Solo nel 1968 - grazie ad intervento economico della Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo - il teatro fu restaurato nel rispetto dei suoi valori artistici e storici, e riaperto, dando inizio ad una nuova era della sua storia, che dura tuttora, e che ha visto rifiorire in chiave moderna i fasti del passato. Ma nulla sarebbe stato possibile se dietro non ci fosse stata la grande passione di alcuni nostri concittadini, che per tanti anni hanno prestato il loro tempo e le loro energie per ridare vita al nostro piccolo grande teatro.

Alessandro Bosello

(ringrazio la scomparsa Gisla Franceschetto, autitrice del testo sulla storia del Teatro,

e la Tipografia Romano Bertoncello Brotto che si accollò le spese

per realizzare e stampare il prezioso libro)

 

 

 

Teatro Sociale

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E' un piccolo gioiello di architettura ottocentesca, costruito tra il 1817 e il 1828 su disegno di Giacomo Bauto e sotto la direzione tecnica di Francesco Cibele. La facciata esterna, invece, rimasta incompiuta, è attribuita a Giuseppe Jappelli, l'architetto che progettò il Caffè Pedrocchi a Padova, mentre l'interno, graziosamente decorato con disegni floreali a tinte tenui e putti, è certamente opera di Francesco Bagnara decoratore, tra l'altro, del Teatro La Fenice di Venezia.
Il Teatro Sociale è disposto a tre ordini di logge che girano tutt'attorno al palcoscenico come un simbolico abbraccio che rende l'ambiente caldo e accogliente.
Le prime rappresentazioni si tennero nel 1831 e gli spettacoli proseguirono poi a pieno regime con più fitti programmi in occasione del Carnevale e della Fiera d'Ottobre. Ne sono testimonianza le locandine incorniciate ed esposte nel fumoir del Ridotto. La gestione della struttura fu inizialmente affidata alla Società del Teatro, sorta su iniziativa della Società Filarmonica che radunava, all'epoca, rappresentanti dell'élite cittadellese. Intorno al 1930, però, a seguito anche di vicissitudini economico-finanziarie poco felici, il teatro venne donato al Comune di Cittadella, attuale proprietario.

 

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